in: toxicity, deep inside, purple rain, voglio volere

 


take care of you



se ne è andato anni fa pier, ucciso dall'aids 
se n'è andato lasciandomi senza parole, le sue parole o quelle da lui ispirate, come queste:

vorrei le mie ciabatte. vorrei la mia casa. vorrei il mio letto da ragazzo, vorrei addormentarmi nel mio letto da ragazzo, vorrei l'abbraccio largo di mia nonna, vorrei sentire i fianchi di mia madre mentre la stringo bambino sul sellino dietro la sua bicicletta, mentre corriamo sulle strade strette fra i fossi verso la campagna, vorrei sentire il suo cuore pulsare veloce come quello di un gatto tra le mie mani, il vento azzurro del mattino, vorrei un bacio lungo, un ultimo lunghissimo bacio azzurro in cui affogare.
vorrei essere sempre felice, come quando mia madre pedalava.


è andato via senza darmi il tempo di abituarmi a fare senza, lasciandomi senza diritti e con un vuoto dentro faticoso da riempire
e con cosa, poi?

a volte guardo i miei ragazzi, quelli della comunità, e mi chiedo quanti di loro abbiano contratto il virus.
me lo domando senza pregiudizi, non limitando alcun contatto con loro che hanno fatto vita di strada per anni, che hanno creduto di fare una scelta mentre in realtà subivano la pesantezza della loro mancanza di volontà
non so quanti siano ammalati ma vorrei che non mi mancasse mai nessuno di loro
non mi importa dei loro errori, dei danni che hanno fatto, neanche del male che anche indirettamente hanno seminato
voglio solo che nessuno di loro possa lasciare un vuoto dentro me, per nessuna causa

voglio che questa giornata non sia solo una ricorrenza tanto ovvia quanto inutile
voglio che esista la cognizione del dolore che si può evitare con poco
anche con una siringa nuova
anche con un condom



*lo scritto è di filippo betto, dal libro certi giorni sono migliori di altri giorni
 

lightofyoureyes: 20:44 |martedì, 01 dicembre 2009|

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in: toxicity, fragile, stracciata, è che oggi gira così

 


38.9
 



e tutti si allarmano.

e io mi annoio.

ché la vera cosa brutta dell'influenza è la noia che salta addosso, che non viene mitigata da libro, pc, tv, telefono.
niente, mi annoio e basta.

ci sono gli eroi che vorrebbero venire a trovarmi, forse per vedere se effettivamente questo virus A cambia qualcosa nella fisionomia umana, forse per dirsi solidali, forse ancora per amicizia, niente di meno che amicizia.
eppure io non ce la faccio.
quella vena odiosa di autosufficienza da conclamare in ogni caso, anche quando effettivamente mi farebbe piacere -e non di meno comodo- godere della disponibilità delle persone a far le cose di tutti i giorni: un po' di spesa, due chiacchiere, il caffè.

c'è che in questi casi io vorrei solo patatine fritte e zigulì. da mia mamma.

ritornare bambina e stare a letto, nel lettone, sì! ché quando si è ammalati, da bambini, ci si sposta nel lettone e si gode di piccole cose come latte caldo col miele, nanna, patatine fritte difficili da mandare giù con la gola in fiamme ma che buone, nanna, camomilla, nanna, zigulì.

da grandi...da grandi, mah...io faccio da sola. con la soddisfazione di dire no e un urlo dentro che chiede perché no, perché.

pare che cani e gatti siano sensibili al virus A. la mia preoccupazione ora è quella di non contagiarla ai miei gattini. il mio fastidio invece è starnutire, soffiare il naso, tossire, misurare la febbre -lo faccio una ventina di volte al giorno, dev'essere una strana fobia- e le medicine, quanto odio le medicine.

c'è di buono che dormo. la febbre dà una dimensione onirica alla giornata che scorre densa, rarefatta. e allora sogno di sposarmi con mio cugino, ricevimento pieno di persone sconosciute a mangiare pane e nutella, mia mamma che mi guarda e ride. e io che rido con lei.

lightofyoureyes: 09:54 |martedì, 17 novembre 2009|

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in: toxicity, purple rain, è che oggi gira così

 


s-comunicazione
 


che poi basta poco, anche solo un po' di polvere.
così poco che se ne fa un caso di coscienza e si impone il veto su un fatto tanto privato quanto doloroso come la morte.

non esiste passaggio in cui l'ingerenza della chiesa di roma non si presenti pressante; è evidente che io sia particolarmente ostile a tutto ciò ma mi domando come si possa accettare che il dolore si svolga attraverso canoni prestabiliti, che si pianga secondo dettato, "cercando di evitare con la debita prudenza ogni scandalo o indifferentismo religioso" -questo recita il rito delle esequie-

quindi si può morire e anche essere bruciati ma rispettando l'etichetta: il colore delle vesti, la tavola imbandita a dovere, scegliere i testi, raccomandare il cadavere al signore. e, soprattutto, non spargere le ceneri.

no. d'altronde il mercato post mortem deve pur conservarsi fiorente.

quindi si conservino le ceneri in apposito contenitore conservato non dove si vuole ma in cimitero, perché sia chiaro che è dovuto il giusto onore al corpo dei defunti.

e se non è bruciato si onori lo stesso il cumulo di vermi che ne rimane, ché in esso è contenuto lo spirito santo.

 



questa immagine è splendida. colma di significati non solo perché appartiene ad uno dei film che ho più amato -e che continuo a guardare pur conoscendolo a memoria: american beauty- ma perché è talmente provocatoria che rimanere indifferenti è improbabile.

 

lightofyoureyes: 12:03 |domenica, 08 novembre 2009|

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