
in: streets, shiny light, luce oltre, gira gira gira

Sabato Torino era splendida e luccicosa e tutta tirata a lucido scintillante, con le vetrine che dicevano comprami comprami e quante persone dentro e fuori e intorno.
Quanto ho camminato e parlato e spiegato, quanto mi sono sentita orgogliosa di far vedere angoli e colori, e quanto freddo, quanto.
E chiacchiere e pesce crudo. E fare incetta di cose proibite. E non passare dal medico neanche a morire.
E in tutto questo continuare a chiedermi: ma tu chi sei?
Davvero, dico. Quale parte di te ho conosciuto, quale hai millantato, quanto di quello che so è vero? E come stai, come ti trovi, hai ripreso con te l'anima o l'hai lasciata perdere, cibo delle tue cazzate? Sei solo o hai qualcuno vicino, nonostante tutto?
Rien à faire.
Frullo tutto e viene fuori sempre la stessa domanda. Quindi non mi rimane che passarci sopra -perché di rabbia proprio non ne ho, solo una briciola di compassione ma sinceramente preferirei detestarti- e con la Barbarella troviamo soluzioni vaneggianti e ci scappa da ridere.
Un po' di amarezza, questo sì.
Sai perché? Perché in fondo abbiamo le mani piene di cose da dare, da darti. Tipo vicinanza, affetto, risate, comprensione, presenza, disponibilità.
Ora a tutto questo ci balliamo su. Giriamo e giriamo fino a perdere l'equilibrio, ci facciamo prendere dal capogiro e ricominciamo a girare. A far girare. Parole, tutte vere.
Perché io so chi sono. Sappiamo chi siamo. E chissà quante cose dobbiamo ancora scoprire.
Bello, no?

in: è che oggi gira così, change happens, shiny light

Sull'amarezza di fondo si posano cose belle.
Piccole delizie fatte di pensieri delicati, di ricerca del mio benessere, dell'ottenimento di una condizione morbida fatta di appagamento di bisogni.
Come se -ad un tratto- si fosse aperta una porticina da qualche parte et voilà! entrino pure le novità!
Un giorno di ferie così, non programmato.
Mentre fuori piove sole neanche fosse grandine, diluvia raggi bollenti che bagnano di sudore, io rimango qui nella penombra di questa stanza, accompagnata dal rumore dei tasti e dal ronzio in sottofondo del condizionatore.
L'aria rarefatta rimane fuori, lontano dalla densità di pensieri ovattati che sono miei, leggeri a raggiungere persone lontane, visi noti e sconosciuti, voci familiari e mai sentite.
Grazie. Perché questi giorni fanno la differenza.

in: change happens, pura e vergine e unica, shiny light, luce oltre

*babylight*
In fondo non sono cambiata molto, da allora. Sì, in chili e centimetri, ovviamente.
Ma ricordo cose che non mi piacevano e non mi piacciono a tutt'oggi, e altre che invece adoravo e ancora adoro.
Non dormivo mai.
Facevo piccoli sonni a rate e passavo il resto del tempo a passeggiare per casa e a fare dialoghi a più voci, neanche fossi stata Bess Mc Neill. Lo facevo soprattutto per svegliare mia mamma, lo ammetto. Per rompere un po' le balle, insomma. Per me è una vocazione.
A cinque anni volevo fare la suora - mio fratello l'indiano, per disotterrare l'ascia di guerra... - poi subito dopo l'assistente di volo.
Neanche a dirlo non ho fatto nessuna di queste due attività: le suore ho iniziato a odiarle dopo il primo giorno di asilo (ne ho fatto un paio di mesi, e non posso pensare alla quantità mostruosa di bastoncini di pesce che m'avevan propinato in quel periodo) e l'assistente di volo...mah, diceva mio padre che ero poco alta per farlo: mi misurava posandomi sulle piastrelle della cucina, e ancora rido a vedere me stessa appiccicata al muro, a ricordare gli strani modi di misurazione di mio padre. Per esempio, misurava la lunghezza delle cosce a palmi. Va be', fantastico. Solo lui.
Passavo ore davanti ad un piatto di tagliatelle.
La tecnica era quella di prendermi per stanchezza: dopo tre ore davanti ad un piatto di quella roba piatta - visto il mio rifiuto - me lo si propinava anche per cena. E rimaneva ancora lì. Io in silenzio e a digiuno. Ancora oggi mi fa schifo la pasta piatta e liscia, mi chiedo come si possano mangiare le ruote e le trenette e le bavette e le reginette e le farfallette. Che schifo.
Ho sempre avuto paura del dolore fisico.
Ricordo una fetta di pane burro e marmellata mangiata d'estate, al mare; i baffi di ciliegia avevano attratto una vespa (maledetta!) che mi punse sul labbro. Ho pianto per tre giorni.
O quando avevo un graffio sul petto - non avevo ancora il seno, mi spiace - e un mio amichetto mi ci posò su una cavalletta, dicendomi che la ferita sarebbe guarita subito. Quella puttana di cavalletta - attratta credo dal sapore del sangue - iniziò a strusciare le zampe sulla mia ferita e l'amichetto in questione non voleva togliermela e io piangevo e sanguinavo. Odio quello lì e anche le cavallette.
Piccole cose, hai presente?
Eppure le rivedo in me in metafora, allusione, iperbole, climax.




